Interbistas :: Salvatore Vincis

Salvatore Vincis

Mi hanno assunto nel 1971 e ho iniziato a lavorare il primo giorno di primavera, il 21 marzo. Anche allora la fonderia era in piena attività.

 

Ricordi d’infanzia

 

La fonderia l’ho conosciuta quando avevo sette anni, perché scendevo giù  cun  su  tianeddu,  andavo  a  portare  da  mangiare  a  mio  padre. Strada facendo incontravo sempre la guardia che mi diceva: «Innui ses andendi?» e io rispondevo: «Seu andendi a po(r)tai su pràngiu a babu». Mia madre non voleva che portasse un pasto cucinato dal giorno prima. Quindi alle 10:30 iniziava a cucinare per lui e uno dei figli aveva il compito di portarglielo. Le scarpe ci facevano male ai piedi perché erano de cussa goma antiga, ce le toglievamo e andavamo scalzi. Ricordo che c’era un via vai di gente, carri con i buoi che portavano il minerale. Nella casceria c’erano ancora le cernitrici che sceglievano il minerale. All’epoca erano nel livello Margherita. C’era una casettina dove cucinavano per i minatori, con dei pentoloni preparavano il minestrone. C’era un sacco di gente che saliva e scendeva, con dei ferri. Mio padre era un fabbro lì. A quei tempi c’era una attività enorme.

A chi usufruiva del pranzo preparato nella mensa detraevano il costo dallo stipendio. Quindi c’era qualche soldino che restava in più. Da ragazzino però non sono mai sceso oltre l’officina. Il piano dell’officina è il piano dove successivamente costruirono i forni rotativi.

 

La fonderia era un inferno

 

Ci sono ritornato da grande, dieci anni dopo, nel 1971. La fonderia, in quel tempo, era un inferno a causa del disagio dato dal fumo e dal calore, era impossibile da sostenere per la concezione umana.

Però, per uno che è rientrato da fuori e che magari voleva vivere a Villasalto, l’unica soluzione per restarci era avere un lavoro. Allora nonostante dovessi lavorare otto ore con una mascherina sul viso e questa scivolava, te la rimettevi e lavoravi così. Pian piano ci si abituava al fumo, che in realtà era ossido nell’aria, ma l’abitudine al disagio non era una cosa positiva.

La fonderia, in quei tempi funzionava cosi: se i tiraggi erano ben puliti il fumo usciva dai forni regolarmente.

Quando, invece, i tiraggi erano un po’ intasati, il fumo non andava più sù e usciva dalla bocchetta dei forni e da tutte le giunture che ci potevano essere, allora si disperdeva nell’ambiente. C’era una nebbia continua che trasmetteva in tutto il locale della fonderia. Quindi tu vedevi il compagno un po’ annebbiato a causa di questi fumi! In ogni caso, dopo la manutenzione, funzionava bene.

 

I forni

 

I forni a griglia ormai erano chiusi e funzionava il forno rotativo, il più piccolo (il primo). Quest’ultimo aveva sostituito il precedente (quello che veniva usato per trattare il materiale estratto dalle gallerie).

Presto iniziarono a portare il materiale già macinato, da Manciano e dall’estero. Veniva immesso nel forno rotativo e bruciato. Il fumo andava nelle camere a sacchi e successivamente trattato nei forni del regolo che si trovano nel livello sottostante. Avevano costruito un forno rotativo grande e avevano aumentato la produzione. Il sistema era sempre lo stesso: un grande bruciatore davanti a questo forno, scendeva questo concentrato e veniva separato dentro questo forno che girava e bruciava il concentrato che veniva trasformato in ossido.

Da ossido finiva in questi filtri metallici e scendeva in delle tramogge apposite. Il forno piccolo era collegato con la camera a sacchi. Dopo di questo avevano fatto un grande impianto meccanico che poi è stato demolito, quello era completamente meccanizzato. Non c’era più bisogno che un uomo entrasse dentro a scuotere i sacchi.

 

I turni e il pranzo

 

Il mio lavoro in fonderia era di addetto ai forni a regolo. C’era il caposquadra che dava gli ordini. I turni erano di otto ore. La fonderia non si fermava mai, lavorava per sei mesi e anche un anno. Fino a quando il forno non aveva bisogno della manutenzione.

Lunedì entravi alle sei del mattino e uscivi alle due di pomeriggio, martedì  entravi  alle  due  di  pomeriggio  e  uscivi  alle  dieci  di  sera, mercoledì entravi alle dieci di sera e uscivi alle sei di mattina. Il giovedì era festivo, ma in realtà non lo era perché avevi lavorato tutta la notte. Veniva considerato festivo perché rientravi a lavoro il giorno seguente. Io ho lavorato per sei o sette anni così. Il lavoro nella fonderia era distribuito in tre turni, ma c’erano dipendenti che lavoravano esclusivamente durante il giorno.

Infatti c’era un turno che entrava alle 7 e usciva alle 15.30 perché gli toglievano la mezz’ora per mangiare. Invece noi, turnisti, mangiavamo all’interno. Per il pranzo si poteva scegliere tra il servizio sacchetti o il pranzo da casa, ma nella maggiore parte dei casi preferivano portarlo da casa. Il negozio di Egidio Cotza è nato spostando lo spaccio della miniera in paese. Il servizio dei sacchetti per pranzo è durato a lungo; anche quando siamo stati mandati a Monte Genis. Forniva la spesa per la miniera.

 

Il forno del solfuro a pezzi

 

L’ho visto tre mesi in funzione. Mettevano zolfo, ossido e concentrato, veniva amalgamato, poi buttato dentro. Quando facevano le colate non usavano i piatti bensì delle marmitte. Il contenuto successivamente veniva fatto a scaglie e venduto a pezzi. Era problematico fare la carica del forno perché lo zolfo provocava svenimenti. All’inizio, quando lavoravano con questo, non avevano mascherine decenti e protezioni. Avevano solo una semplice mascherina anti-polvere ma non era sufficiente.

 

Il forno del regolo

 

Il forno, per fermarsi, doveva rompersi. Dovevi preparare le cariche, un tot di peso di ossido, un tot di peso di carbone (il carbone coke, invece, si usava nel forno a griglia) e un tot di peso di soda.

Si trasportava là con delle carriole, lo mettevano su un peso che c’era al centro e si preparava tutto. Quando il forno era pronto, il preparato si inseriva tramite delle bocchette soprastanti.

Nel forno del regolo ci sono tre bocchette e si alimentava dall’alto. Ogni direttore che veniva sceglieva un metodo di lavoro. Una volta che tutta la carica era dentro il forno c’erano dei bruciatori da una parte e dall’altra. Nella parte superiore c’era una cisterna con olio combustibile che attraverso l’utilizzo dell’aria compressa accendeva il forno. La bocchetta del forno veniva tappata con argilla, fut argilla chi pigànt de Pranu. Veniva pigiata e inserivano una spina di ferro all’interno. Quando si doveva estrarre si inseriva un’altra spina attorcigliata, si muoveva e si sfilava.

La spina non andava a contatto con il calore interno del forno, altrimenti l’avrebbe sciolta; restava esterna. Al momento della colata il capo squadra inseriva un ferro all’interno e, se restava pulito, la colata era pronta. Lo tenevano poco tempo dentro, perché inquinava il resto. Una volta tolta la spina, con la forza di gravità l’antimonio più pesante si separava dalle scorie, più leggere.

Se tutto andava bene si arrivava con i crogioli e si distribuiva nei piatti. C’erano delle putrelle sopra con dei crogioli e si distribuiva nei piatti, uno da una parte e uno dall’altra. Come finiva uno, entrava l’altro. Sotto si metteva una marmitta per raccogliere quello che cadeva tra un crogiolo e l’altro. Erano manovrati grazie a una sorta di manubrio di bici che ne permetteva i movimenti.

Quando terminava il metallo, iniziavano a uscire le scorie e allora si preparava un tappo di argilla per fermare la fuoriuscita. Era l’unica cosa capace di fermare il metallo. Allora si passava al procedimento di scarico del forno. Ormai l’antimonio era già nei piatti. Con l’utilizzo del muletto si iniziarono a caricare due marmitte per le scorie risparmiando del tempo.

Il liquido si lasciava raffreddare e si utilizzava un tronchettino per agevolare il rovesciamento. Nelle prime marmitte che si recuperavano capitava di trovare materiale puro. La parte buona che c’era si riutilizzava.

In quel periodo venivano degli operai da Ballao per effettuare dei lavori secondari, macinavano il metallo o si occupavano delle spedizioni. Nel forno rotativo c’erano quattro persone, altre quattro nei forni per la raffinazione dell’ossido e gli altri erano addetti alla fonderia.

 

Minatori a barra sciuta

 

Ai tempi delle cernitrici la miniera era autonoma, tutto quello che serviva si poteva acquistare là. Non solo qui, anche nell’Iglesiente è stata sempre autonoma. Compravano all’ingrosso e distribuivano alle famiglie.

Nell’Iglesiente c’era una miniera che si chiamava Barrasciuta e mi dissero che questo nome derivava dal fatto che le famiglie numerose acquistavano tutti i beni dalla miniera e poi a fine mese non restavano soldi, anzi, erano anche in debito, spesso. Dicevano: «As traballau tantis annus e ti ndi ses andau a barra sciuta», senza avere neanche un po’ di soldi! La miniera ti faceva pagare anche la candela e i diversi attrezzi da lavoro.

 

Vivi e lascia vivere

 

Io ho finito di lavorare a Su Suèrgiu nel 1976. Nel ‘78 la fonderia è stata chiusa ed è rimasta solo la ricerca di Su Sèssini. La fortuna che oggi possiamo raccontare è il fatto che, nei tempi in cui ho iniziato io, ci davano le maschere, le misure di protezione. Durante la colata avevamo lo schermo, il grembiule in amianto, i guanti in amianto e le ghette d’amianto. Invece nei primi periodi non avevano niente e usavano solo la tuta e la roba personale, che si incendiava facilmente. Tra le misure di protezione ci obbligavano a portare l’elmetto, non eravamo abituati. Era insopportabile. Per chi non rispettava le regole c’erano delle punizioni ma erano più che altro richiami verbali. C’era un atteggiamento del tipo vivi e lascia vivere.


Sa mina de Su Suèrgiu in Biddesatu
Progetu "Sa mina de Su Suèrgiu in Biddesatu". Comunu de Biddesatu e Provìncia de Casteddu. Lei arregionali 26/97 - art. 13.