Interbistas :: Egidio Cotza

Egidio Cotza

Ho  iniziato  a  lavorare  all’età  di 15 anni nel 1951. Si entrava alle otto del mattino. I primi 18 mesi ho lavorato come manovale, per intonacare e imbiancare tutta la fonderia. Ho lasciato il lavoro nel 1980.

 

L’officina

 

Dopo il lavoro di manovale mi hanno trasferito in officina per quattro anni. Avevamo mezz’ora per mangiare. Dopo  si  riprendeva  il  turno  e si   continuava   fino   alle   sedici. Io assistevo un fabbro, come battimazza, in più facevo le commissioni per il magazzino e mi occupavo della manutenzione dei motori elettrici per la fonderia. Il capofficina era il Sign. Tagliaferri. Si affilavano i ferri, i ferri da mina, della perforazione. Si faceva manutenzione ai fucili di sostegno e alle macchine perforatrici. Ricordo ancora la BBR13, era una bestia che aveva ammazzato un sacco di gente. Facevo spesso delle prove per verificare il funzionamento del martello.  Utilizzavo  una  roccia per prova. Per quattro anni ho fatto questo.

 

Il mestiere di autista

 

L’anno dopo mi hanno chiamato in garage per aiutare il direttore nel caso in cui avesse avuto bisogno per cambiare qualche gomma. Finché mi hanno dato una macchina, perché dal 1953 ero patentato anche io. Così, con un Balilla a tre marce, con il 1100, 1100E, 1100D, 1100 103, 124, Land Rover e altre, posso dire di avere guidato diverse automobili nei vari anni della mia attività. Ho viaggiato per portare i rifornimenti di tavole a Su Sèssini, trasportavo tavole per armature. Ero a servizio del direttore, dell’ingegnere e del capoufficio. Portavo gente da Roma.

 

Lo spaccio in miniera e il negozio in paese

 

Per pranzo rientravo a casa, avevo una vespa a tre marce. Venivo a casa, mangiavo in mezz’ora e poi riandavo a lavoro. Invece, quando lavoravo in fonderia non rientravo a casa per pranzo. Allora c’era la mensa. Ci davano la minestra.

C’era lo spaccio dove si poteva acquistare roba, alimenti, c’era veramente di tutto. Noi abbiamo acquistato da Angelo Grosso tutta la scaffalatura per il nostro negozio. Ed ecco che cosi questo spaccio arrivò a Villasalto, nel centro abitato. Mia mamma aveva acquistato la licenza. Ha iniziato mia sorella e poi l’attività è stata proseguita da mia moglie, Barbara Codonesu. Per i primi tre anni di attività davamo la spesa seguendo lo stesso metodo utilizzato dallo spaccio della miniera: detraevamo dallo stipendio il totale della spesa acquistata nell’arco del mese. Questo avveniva intorno al 1960. Purtroppo si sentiva già l’inizio della crisi.

 

Sacchetti o spesa in negozio

 

Per anni abbiamo preparato i sacchetti ristoro. La Società, inizialmente, aveva  premiato  gli  operai  per  un  pasto  freddo.  Era  programmato da loro: una scatoletta di Simmenthal, tonno o sardine (ogni giorno diverso), pane e formaggini. Con molti avevamo fatto un accordo: se non gradivano il pasto potevano acquistarne un altro dello stesso valore direttamente in negozio. Era un diritto che avevano. Il pasto veniva offerto dalla stessa Società e non veniva più detratto dallo stipendio.

 

I lavori della miniera

 

In galleria c’erano i perforatori che facevano i lavori di ricerca. Il minerale di prima scelta (quello senza calcare o altro) veniva trasformato in solfuro per fuochi di artificio o armamenti. In fonderia c’erano turni continuativi per 24 ore (3 x 8). Inizialmente c’era il forno a griglia che ossidava il materiale. Estraevano il minerale dall’interno, passava alla cernita, dove c’erano venti o venticinque donne che lavoravano e cantavano tutte insieme. Dividevano il minerale in prima scelta, in seconda scelta e poi in sterile. Oppure in terza scelta dal quale, come per lo sterile, qualcosa si riusciva a ricavare. Passava anche nel forno a griglia per farlo ossidare e poi raccogliere l’ossido che andava successivamente lavorato nei forni da metallo in fonderia. Lì, con l’aggiunta di carbone e soda, preparavano i panetti da circa 25 - 30 kg.

Il materiale considerato di seconda qualità veniva bruciato nel forno a griglia per recuperare l’ossido, che in parte veniva fuso e poi rifuso ancora per ricavare l’Italox. Era un ossido in polvere bianchissimo e speciale.

Questo veniva, spesso, spedito in Germania, utilizzato per fare plastiche e per le superfici in genere. Se trovavano impurità quest’ossido non veniva accettato. Una volta dalla Germania fu addirittura richiamato il direttore, perché avevano riscontrato la presenza di pietruzze nell’ossido. La polvere nera era solfuro che, con delle aggiunte, diventava polvere da sparo. Quaranta o cinquanta metri sotto la palazzina della direzione avevano trovato il minerale. Fermarono subito i lavori! Ricordo che un giorno avevo accompagnato un geologo tedesco e mi disse che non capiva come mai il minerale fosse così “a stella”. Infatti non è filoniano.

 

Durante la guerra

 

In tempo di guerra ar- rivavano  anche  quin- dici   gipponi  americani contemporaneamente per caricare tutto quello che potevano. Ricordo che uno di quegli autisti mangiava cipolla cruda. In tempo di guerra la miniera lavorava a pieno ritmo.

 

Qualcuno non ce l’ha fatta

 

Mio padre ha lavorato per undici anni come perforatore, senza maschera e senza alcuna protezione, è morto di silicosi ad appena cinquantun’anni. Il nonno di mia moglie è morto il 19 gennaio del 1932 all’interno di un fornello, a causa di una frana, non aveva fatto in tempo a uscire. All’epoca facevano l’elenco delle persone che erano presenti a lavoro, all’entrata e all’uscita.


Sa mina de Su Suèrgiu in Biddesatu
Progetu "Sa mina de Su Suèrgiu in Biddesatu". Comunu de Biddesatu e Provìncia de Casteddu. Lei arregionali 26/97 - art. 13.